L’altare maggiore del Santuario di San Martino in Lonato (BS)

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Il silenzio delle fonti circonda di mistero la storia di questo altare che domina scenograficamente lo spazio del santuario e cattura lo sguardo del visitatore con il prezioso rivestimento a commesso lapideo della mensa e l’imponenza della sovrastante tribuna marmorea.

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Altare maggiore, insieme. Santuario di San Martino, Lonato
Altare maggiore, insieme. Santuario di San Martino, Lonato

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Documenti del 1787-88 ci informano che quest’ultima, ospitante una statua lignea della Madonna con Bambino del XVII secolo, sostituì, in data imprecisata, una tribuna lignea seicentesca. Conforme a soluzioni architettoniche diffuse nel lombardo-veneto nella prima metà del Settecento tramite le opere, i progetti e i disegni di Andrea e Giuseppe Pozzo, entrambi intensamente attivi a Venezia e a Verona (alla cui diocesi allora apparteneva Lonato), la nostra tribuna presenta suggestive corrispondenze con un disegno di “tabernacolo” di Giovanni Antonio Biasio, che, architetto e maestro tagliapietre rezzatese, dal 1718 soprastante alla fabbrica del Duomo nuovo di Brescia, fu tra i più fecondi divulgatori nel Bresciano dello stile di forte valenza scenografica e spettacolare maturato dai Pozzo all’ombra delle grandi scuole berniniana e borrominiana.

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Giovanni Antonio Biasio, Tabernacolo che nel meso si rapresenta la Circoncisione di Nostro Signore. Pò servire anchor per fare l’esposisitione delle 40 hore, in Disegni della fabricha del Novo Domo con li suoi altari dedicati ali Santi che si ritrovano in detta fabrica, Biblioteca Queriniana di Brescia, ms. L. I. 10, 1729/1738 (?)

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Adottato oltre la metà del secolo, questo modello di tribuna venne adeguandosi alle nuove istanze di misura e razionalità espresse a Brescia dal veneziano Giorgio Massari in Santa Maria della Pace (da 1720). Sugli altari della chiesa filippina, messi in opera negli anni ’40, si confrontò una generazione intera di architetti e maestri lapicidi che in nome del “ritorno all’ordine” concessero sempre meno spazio al dinamismo barocco, congelandolo, come vediamo appunto nella nostra tribuna, nella fredda cromia dei litotipi prediletti dal gusto classicista quali il “Verde antico” e il violaceo “Africano”.
Come suggerirebbero anche i caratteri stilistilistici dei cherubini e degli angeli, la tribuna è ragionevolmente collocabile negli anni ’50/’60 del Settecento e la sua paternità è forse da ricercare nel vivace intreccio di presenze trentine e bresciane gravitante intorno al cantiere del Duomo di Montichiari dove, significativamente, ritroviamo dal 1734 Giovanni Antonio Biasio.

In forte contrasto con la più tarda tribuna, la “pittura di pietra” che riveste la mensa offre altri intriganti interrogativi e spunti di riflessione.

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Paliotto, altare maggiore del Santuario di San Martino in Lonato
Paliotto, altare maggiore del Santuario di San Martino in Lonato, terzo decennio del XVII sec.

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Il cesto di frutti e fiori al centro del paliotto è un soggetto iconografico inconsueto nella decorazione altaristica a commesso lombardo-veneta settecentesca e nei due soli casi in cui l’ho trovato – sulle alzate per i candelieri degli altari maggiori di Santa Maria Maddalena di Volta Mantovana (Mn) (1731) e di San Michele di Monzambano (Mn) (1732) – esso non ha il ruolo di protagonista che gli è qui riservato.

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Altare maggiore, particolare delle alzate per i candelieri. Volta Mantovana (Mn), parrocchia di Santa Maria Maddalena.
Altare maggiore, particolare delle alzate per i candelieri. Volta Mantovana (Mn), parrocchia di Santa Maria Maddalena, 1731

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Altare maggiore, particolare dell'alzata per i candelieri. Monzambano (Mn), parrocchia di San Michele
Altare maggiore, particolare dell’alzata per i candelieri. Monzambano (Mn), parrocchia di San Michele, 1732

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Dobbiamo andare a Padova, nella chiesa di Santa Giustina, per individuarne forse gli illustri precedenti nei due esuberanti vasi di frutta, anche qui fiancheggiati da due volatili, dell’altare di sant’Urio, composti tra il 1672 e il 1682 su un disegno di Alessandro Tremignon da Antonio Corbarelli senior, il cui fratello e collaboratore, Francesco, si stabilirà a Brescia con i figli nel 1685.

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Antonio Corbarelli <em>senior,</em> altare di Sant'Urio, le due formelle del paliotto, 1672-1682. Padova, Santa Giustina
Antonio Corbarelli senior, altare di Sant’Urio, le due formelle del paliotto, 1672-1682. Padova, Santa Giustina

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Il contesto culturale e i quarant’anni e forse più che le separano spiegano le differenze tra la natura morta padovana e la nostra, la prima chiusa entro un medaglione ovale, la seconda incorniciata da un flessuoso nastro bianco di grazia barocchetta avvolto da un’esuberante vegetazione. E ancora al gusto barocchetto rimandano i pendenti floreali e il lambrecchino bicolore su cui poggia l’umile canestra di paglia intrecciata di caravaggesca memoria che, in terra lombarda, sostituisce l’importante vaso di alabastro del paliotto padovano. Conferiscono all’insieme una forte intonazione aulica ed esotica i due variopinti pappagalli in posa araldica che pur convivono con una fauna assolutamente comune, come la rondine e il cardellino, resi con lo spirito sensibile alla poesia del quotidiano tipicamente lombardo.

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Particolare del paliotto
Particolare del paliotto

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Per le componenti iconografiche e stilistiche i commessi del nostro altare possono essere ragionevolmente datati nel terzo decennio del Settecento o nei primi anni del successivo come suggerirebbe anche la fattura delle due testine cherubiche scolpite sulla cornice superiore.

Tradotta nella pietra dall’ignoto commettitore con straordinaria suggestione illusionistica, sfruttando la vocazione mimetica delle varietà litiche e ricorrendo per le ombreggiature allo scurimento artificiale tramite calore, la composizione sembra essere stata elaborata appositamente per l’altare, squisito omaggio alla Vergine e alle sue virtù. Eternata nello splendore incorruttibile della pietra, troviamo infatti deposta nell’umile cesto l’offerta dei fiori e dei frutti consacrati a Maria come Grande Madre, come Madre di Cristo e come Chiesa.

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Particolare del paliotto
Particolare del paliotto

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Al centro è la melagrana, attributo per eccellenza della Grande Madre dispensatrice di vita e di morte (pensiamo ai miti greci di Dioniso e di Persefone/Proserpina) ma anche di Maria come Chiesa che accoglie i popoli, affiancata dal limone, frutto “solare” e salvifico, simbolo della fedeltà amorosa, e dalla pera, che allude alla dolcezza di Cristo (“Gustate e vedete quanto è buono il Signore”, Salmi, 34,9). Passando ai fiori composti con impareggiabile grazia nel cesto, la rosa bianca e senza spine ricorda la verginità “senza peccato” di Maria, mentre il candido mughetto, che una leggenda cristiana racconta nato dalle lacrime di Maria ai piedi della croce, reclinante verso il basso lo stelo e le scintillanti corolle di madreperla, celebra la sua umiltà e la sua purezza, annunciando, in qualità di fiore primaverile, anche l’avvento del Salvatore. Alla caducità e alla rigenerazione alludono il delicato anemone, che perde i petali al soffio del vento, coltivato dai primi cristiani durante la settimana santa nelle cantine o in penombra, a simboleggiare il buio del sepolcro, e il narciso, fiore infero nel mito greco ma dalla antica cultura esoterica collegato anche alla rinascita in virtù dei suoi cinque petali. Il cesto non poteva non ospitare anche due tulipani, specie floreale assurta a status symbol della ricchezza e del lusso a seguito della speculazione finanziaria di cui fu oggetto in Olanda (“bolla dei tulipani”, 1634-1637).

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Particolare dei commessi dell'altare
Particolare dei commessi dell’altare

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Un concentrato di virtù mariane è il Lilium candidum sui pilastrini, simbolo antico di purezza, verginità e bellezza ma anche dell’abbandono alla Provvidenza e alla volontà di Dio, somma qualità di Maria (“E perchè vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo. Non lavorano nè filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro…”). L’omaggio botanico alla Vergine e al Bambino è completato dai vasi baccellati sottostanti le grandi volute laterali dell’altare, intagliati a tutto tondo nel Giallo di Torri e nel Bardiglio, nei quali spicca il girasole, simbolo per eccellenza della devozione.

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Vaso con fiori, altare maggiore
Vaso con fiori, altare maggiore

 

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Renata Massa

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Bibliografia di riferimento: 

Renata Massa, L’altare maggiore del Santuario di San Martino in Lonato, in “I Quaderni della Fondazione Ugo Da Como”, 20, Dicembre 2014, pp. 85/95

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