L’altare di Sant’Antonio: Arte Bresciana della Pietra

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La storia dell’altare procede quasi parallela a quella dell’opposto altare della Maddalena e inizia con la costruzione di una mensa in muratura nel 165616.

Con l’ancona lignea, eseguita da Gasparo Bianchi nel 1673-1675, Marco Casalini da Rovigo, allora giudice del Maleficio, volle fosse degnamente incorniciata la pala di Francesco Paglia.

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Come tutta la produzione del Bianchi – certamente tra gli intagliatori più significativi della seconda metà de secolo18 – l’ancona sfugge ancora ad una collocazione critica e ragionata nel contesto della scultura lignea lombarda e, nella fattispecie bresciana, del Seicento, che attende studi sistematici e specifici sulle botteghe e i maestri, le tipologie di arredo, i modelli e i repertori stilistici e iconografici di riferimento.

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Altare di Sant’Antonio, 1673 – 1711

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Essa ben rappresenta il clima culturale e il livello esecutivo in cui, sullo scorcio del secolo XVII, operavano le botteghe artigianali lombarde (dei Ramus, dello Zotti, del Bulgarini, dei Boscaì, per citare solo quelle finora meglio identificate).

La tipologia, dove la figurazione plastica tende a sostituirsi all’architettura, e i motivi ornamentali, dagli oscuri significati simbolici, sono infatti quelli della produzione lignea delle valli bresciane e bergamasche che ricavava i suoi modelli dalla tradizione tardo-manieristica, in particolare dalla decorazione architettonica di facciata codificatasi in ambito milanese tra il 1580 e il 1630 sulle opere del Tibaldi, dell’Alessi e del Richini.

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Radicata in un’antica cultura regionale, essa dava forma, attraverso il repertorio delle grottesche, anche alle componenti irrazionali, superstiziose e magiche, fiabesche e mitiche, di un “medioevo fantastico” ancora ben presente nell’immaginario collettivo.

Nel contesto artistico bresciano degli anni Settanta del XVII questa tipologia di soasa, che si apre al barocco nel dinamismo dei fregi a girali popolati da putti irrequieti, nei rilievi accentuati e nella vivacissima policromia conferenti alle forme evidenza fisica e vitalità organica, dovette essere avvertita come una novità se in un inventario del 1702 l’opera sarà ancora menzionata come «ancona alla moderna».

 

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L’originaria policromia della soasa, rimasta priva purtroppo degli intagli del basamento in seguito al furto dell’agosto 200720, è stata ripristinata da un’accurata pulitura che ha rivelato la sensibilità del Bianchi anche come pittore e doratore nella vibrazione luminosa da lui conferita alle superfici dorate a foglia d’oro, nel contrasto degli accesi incarnati con gli azzurri intensi e le scacchiere rosso/oro degli sfondi e nelle varianti tonali ottenute nei panneggi e nei bouquet di frutta con le lacche rosse e verdi su foglia d’oro e d’argento.

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Altare di sant’Antonio, paliotto e pavimento, 1711 e 1752

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L’attuale «parapetto di marmo» sostituì l’originario paliotto ligneo e venne saldato il 19 luglio 1711 ad Antonio e Benedetto Piacetti, tagliapietre appartenenti a una dinastia di origini rezzatesi documentata dal 1600, la cui bottega, specializzata nella produzione altaristica, era nei primi decenni del Settecento tra le più attive e rinomate in città21.

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Sia nel disegno che nella scelta dei litotipi, la composizione a commesso si presenta come una soluzione di compromesso tra l’astrazione geometrica della tarsia geometrica seicentesca, ancora fortemente radicata nei gusti locali, e il naturalismo della «pittura di pietra», ben nota ormai alle maestranze locali, alla quale rende un timido omaggio lo stilizzato «arabesco» fogliaceo centrale. Il motivo dell’ovato tra due trilobi, evidenziato da uno spesso contorno nero, replicato dai Piacetti nell’altare di san Carlo della Pieve di Savallo22, rientra in una categoria di soluzioni compositive ampiamente adottate, anche dai Corbarelli, nel primo decennio del Settecento, giocate su linee curve e formelle mistilinee profilate di nero o di bianco, che risaltano su fondi lapidei venati e striati, come l’arabescato orobico o il bardiglio.

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Dopo le ridipinture dei fianchi della mensa di Giuseppe Tellaroli (1737) e di Bernardino Bono (1752), l’assetto dell’altare verrà infine completato, come vedremo, col nuovo «pavimento fatto di novo a rimesso di vari colori» da Agostino Maggi e Giovanni Maria Palazzi.

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Altare di sant’Antonio. Gaspare Bianchi, particolare dei telamoni della soasa lignea, 1673-1675

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Renata Massa – Storico dell’Arte Bresciana