La Pietra nell’Arte Bresciana: Dinastie di tagliapietre

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La Pietra nell’Arte Bresciana

Quattro dinastie di tagliapietre: Carra, Puegnago, Baroncini e Bombastoni

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Alcune dinastie di tagliapietre, grazie ad un’intelligente gestione famigliare della propria attività, dove il mestiere, tramadato dal padre ai figli, era costantemente aggiornato e supportato da manodopera specializzata, seppero organizzare in modo imprenditoriale la propria bottega, arrivando a esercitare un monopolio sul mercato edilizio dove si assicurarono ruoli e commissioni importanti.

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E’ accertata la provenienza di buona parte dei fondatori di queste dinastie dalle valli comasche e luganesi e dai territori compresi tra Brescia e Milano, richiamati non solo dal cantiere del Duomo milanese ma anche dalle opportunità di lavoro offerte da Brescia, con le fabbriche di S. Maria dei Miracoli, della Loggia, del Duomo nuovo e le opere di rinnovamento delle chiese sollecitate dalla Riforma cattolica. A Brescia, a Rezzato e nei paesi limitrofi, dove trovarono anche disponibilità di pietre, molte di queste maestranze presero quindi stabile dimora, ricavandosi un’appetitosa nicchia di mercato nella produzione altaristica che divenne quella a loro più congeniale.

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Esemplare è il caso dei Carra, originari di Bissone, che, con Giovanni Antonio, il capostipite, attestato a Brescia già nel 1592, i figli Carlo e Pietro Giovanni, Giovanni Antonio figlio di quest’ultimo e Stefano, figurano nelle imprese cittadine come scultori, statuari, soprastanti alla fabbrica del Duomo e progettisti di altari, tra cui l’altare-arca dei Santi Faustino e Giovita e quello di san Benedetto in San Faustino a Brescia. Essi contribuirono a codificare tipologie d’altare rispondenti all’austero rigorismo imposto da San Carlo Borromeo, mirante a un “decoro” epurato dalle profanità dello stile tardo-manieristico.

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1-Altare- Arca dei Santi Faustino e Giovita. Brescia, Santi Faustino e Giovita copia

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Giovanni Antonio Carra, Altare Arca dei Santi Faustino e Giovita. 1620-1622. Brescia, Santi Faustino e Giovita

( da Renata Massa, La Pietra nell’Arte Bresciana, Brescia 2013 )

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1-Altare di S. Benedetto, Giovanni Pietro Carra, 1646. Brescia, Santi Faustino e Giovita S.Faustino, alt. di S.Benedetto.043 copia

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Giovanni Pietro Carra, altare di S. Benedetto, 1646. Brescia, Santi Faustino e Giovita.

( da Renata Massa, La Pietra nell’Arte Bresciana, Brescia 2013 )

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La Pietra nell’Arte Bresciana 

Nel Settecento, tra le botteghe rezzatesi più efficienti e organizzate in senso imprenditoriale ricordiamo quelle dei Puegnago, dei Baroncini e dei Bombastone, grandi esportatrici nel Cremonese, nel Mantovano e nel Trentino del linguaggio barocco, atto a celebrare il trionfo della Chesa in chiave spettacolare, con la preziosità dei materiali e con l’esuberanza dell’apparato decorativo, affidata anche al virtuosismo del commesso, genere nel quale si cimentò tra i primi Paolo Puegnago.

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Nell’ambito della versatile culture des ateliers lombarda, un ruolo chiave svolse il rezzatese Vincenzo Baroncini , nella cui rinomata bottega operò anche il fratello Paolo e si formò il figlio Paolo.

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Le sue collaborazioni nel Bergamasco con l’architetto Gian Battista Caniana e le botteghe dei Fantoni e dei Manni per l’arredo di San Martino ad Alzano Maggiore, e col pittore cremonese Gian Battista Zaist, dei cui progetti d’altare fu esecutore, lo portarono all’elaborazione di tipologie d’altare scenograficamente articolate, caratterizzate da forme curve ed elastiche, con paliotti trasformati in fantasiose cartouches ed enfatizzati dai commessi e da una tavolozza cromatica chiara e squillante.

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1-Vincenzo Baroncini, altare maggiore, 1736-1751 Cereta (MN), S. Nicolò copia

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Vincenzo Baroncini, altare maggiore, 1736-1751 Cereta (MN), S. Nicolò

( da Renata Massa, La Pietra nell’Arte Bresciana, Brescia 2013 )

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Dai tardi anni ’40 a queste fastose e spettacolari “macchine”, ancora di ampio successo presso la committenza di provincia, il Baroncini, in collaborazione col Bombastone, venne affiancando una produzione altaristica dai connotati classicheggianti, influenzata dallo stile di Giorgio Massari, l’architetto a cui si deve la progettazione di S. Maria della Pace di Brescia.

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Anche nella bottega di Francesco Bombastoni, che egli gestì presumibilmente insieme ai figli Alessandro e Carlo e, forse, al fratello Paolo, erano praticate tutte le tecniche del mestiere, tra cui anche il commesso.

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La sua competenza in architettura è provata dal rilievo di palazzo Avogadro ora Lechi (1730), e dalla presenza nella sua bottega della Regola delli cinque ordini dell’architettura del Vignola. La sua diretta esperienza del linguaggio classicheggiante massariano nel cantiere di Santa Maria della Pace negli anni 1725-26 e 1728 informò buona parte della sua produzione nota.

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Da Renata Massa, La Pietra nell’Arte Bresciana,  Brescia 2013