La Pietra nell’Arte Bresciana

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La Pietra nell’Arte Bresciana

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Nel cuore di Brescia.

 

Brescia è una galleria d’arte,  con opere interamente realizzate dalle mani esperte dei maestri del seicento e del settecento.

Maestri di decorazioni e tecniche del “Commesso Fiorentino” un patrimonio comune da preservare nei secoli come un grande tesoro.

Maestri dell’antica lavorazione del “commesso fiorentino in pietre dure” applicando le tecniche tramandate nel tempo dal 1500.

 

La lavorazione della pietra nell’arte, risale al Rinascimento fiorentino con la famiglia dei Medici.

La tecnica del commesso fiorentino, fornisce ai Maestri l’abilità nel dare forma alla pietra, un materiale freddo e rigido, che diviene un gioco di luci ed ombre.

 

 

L’abilità dell’artista consisteva nel riuscire ad ottenere una “pittura di pietra”, cercando di riprodurre tutte le tonalità cromatiche che i materiali offrono in natura.

 

Il disegno da realizzare veniva sezionato in tanti piccoli modelli che verranno incollati sulla pietra nel punto di colore prescelto.

 

Il taglio di ogni singolo pezzetto di pietra veniva eseguito manualmente con una secolare tecnica che impiega un ramo di legno di castagno o ciliegio piegato ad arco e un filo di ferro che, scorrendo sulla pietra, con polvere abrasiva e acqua, permette un taglio preciso.

 

L’artista utilizza, poi, una lima per perfezionare la sagoma di ogni pezzetto di pietra che verrà unito agli altri da una colla a base di cera d’api, colofonia, con invisibili commettiture.

 

Una lastra di ardesia viene incollata a supporto della composizione che sarà lucidata a mano, rivelando i colori della natura in tutto il loro splendore.

 

 

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La Pietra nell’Arte Bresciana

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Nelle botteghe della famiglia dei Medici, collaboravano artigiani e artisti per la creazione dei manufatti in pietra.

Fra questi erano fondamentali il pittore che creava i bozzetti, il “cercatore di pietre” cioè colui che deteneva il sapere sulla materia prima e i luoghi della ricerca e inoltre chi sceglieva la macchia di colore; questa fase chiamata “macchiatura”,ancor oggi, è decisiva sull’effetto cromatico finale dell’opera.

 

Gli esperti delle fasi della lavorazione manuale, ma non meno importante, si occupavano di tagliare e “commettere” le pietre (da qui il nome “Commesso fiorentino”) e quindi accostare perfettamente i singoli pezzetti fino alla totale composizione del mosaico che veniva poi manualmente lucidato.

Una delle attività principali rimaneva la ricerca delle pietre. In seguito, ogni blocco di pietra grezza veniva tagliato a fette dello spessore di 3 mm. circa.

 

L’artista creava i soggetti traendo ispirazione da temi o luoghi reali come paesaggi, scene di vita quotidiana, ritratti, nature morte oppure realizzando disegni frutto della propria fantasia.

L’abilità del maestro consisteva nel riuscire ad ottenere una “pittura di pietra” cercando tutte le tonalità cromatiche che i materiali offrono in natura.

Il disegno da realizzare era sezionato in tanti piccoli modelli che venivano incollati sulla pietra nel punto di colore prescelto. Il mosaicista tagliava manualmente ogni singolo pezzetto con una secolare tecnica che impiega un ramo di legno di castagno o ciliegio piegato ad arco e un filo di ferro che, scorrendo sulla pietra, con polvere abrasiva e acqua, permette un taglio preciso anche nelle forme più complesse.

Con la lima si perfezionavano le sagome che saranno poi unite perfettamente l’una all’altra e incollate con una colla a base di cera d’api e colofonia. Una lastra di ardesia veniva applicata sulla parte posteriore a supporto della composizione.

L’ultima fase sarebbe stata la lucidatura eseguita a mano che permetteva di scoprire i colori della natura in tutto il loro splendore.